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E’ il caso di rivedere l’antico adagio “il cliente ha sempre ragione”?

Probabilmente sì, perché l’atteggiamento del consumatore, frastornato da comunicazioni di ogni tipo, è spesso ondivago, se non irrazionale (basti pensare alle mode “senza olio di palma” o “plastic free” fino ad arrivare al “senza glutine” o “senza lattosio”, diventati  plus per molti, invece che importanti indicazioni per soli intolleranti). Così, a leggere i trend indicati dalla settima edizione dell’Osservatorio Immagino, si apprende che il valore “marca” è oggi quantomeno affiancato dalla certificazione d’etichetta. Crescono, pertanto, la credibilità dell’italianità dei prodotti e delle denominazioni d’origine, fermo restando che i più probabilmente non sanno la differenza fra Dop e Igp oppure fra Doc e Docg.

Fra le regioni più presenti in etichetta, leader è il Trentino Alto Adige, che da anni fa del connubio prodotto alimentare-territorio, un importante asset promozionale; curioso è che tra le meno citate in etichetta ci sia la Sardegna, regione che altresì potrebbe fare della “naturalità”, un plus commerciale. Tra le cosiddette etichette “free from”, si segnalano in forte crescita le “senza antibiotici”, “senza lievito” e “non fritto”; tra le “rich in” sono in testa le dizioni “ricchi di fibre”, seguite da “integrali” e poi da “con Omega 3”, “con fermenti lattici”, “ricchi di potassio e proteine”, mentre calcio e vitamine sembrano demodè.

Sull’onda del mercato crescono quindi i prodotti 100% italiano, una tendenza che ingenera, però, qualche sacrosanto dubbio, visto che fino a poco tempo fa, in alcuni settori soprattutto alimentari, si giustificava l’acquisto di materie prime straniere, proprio perché quelle nostrane risultavano quantitativamente insufficienti o  di qualità inferiore. Improvvisamente e per di più  in tempo di pandemia  pare essere tutto cambiato, ma in realtà poco o nulla è mutato rispetto a prima, se non la percezione del consumatore. Il fenomeno, a dire il vero, non è nuovo; basti pensare all’acqua minerale, che da prodotto medicale nell’800 è oggi un prodotto di largo consumo, perdendosene, però, la connotazione originaria. Il rischio è questo: che dietro le attuali tendenze di mercato “autarchiche” non ci sia consapevolezza, ma solo condizionamento emotivo, dettato dalle contingenze. Superata l’emergenza sanitaria, basterà un’azzeccata campagna pubblicitaria per farci ricredere su tutto, succubi di logiche di mercato e non padroni della nostra dieta (mediterranea, se possibile).