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Ora che la Commissione Europea ha dato il via libera all’etichetta “a batteria” proposta dall’Italia, è lecito
chiedersi: non potevamo farlo prima, anticipando le legittime aspettative del consumatore e, soprattutto,
non giocando di rimessa rispetto alle varie etichette “nutriscore” o “a semaforo”, volute dai concorrenti
stranieri e che affermiamo penalizzino i prodotti “made in Italy”? Ancora una volta, insomma, dimostriamo
inadeguatezza nel gestire i processi della globalizzazione, perdendo tempo a strepitare per poi rincorrere
gli eventi.
L’etichetta “a batteria” è semplicissima e fa specie leggere che “è arrivata a maturazione dopo alcuni anni
di studio”(!!!): riporta la composizione organolettica del prodotto e la percentuale dei maggiori componenti
sull’assunzione media di riferimento per un adulto; per esempio: acquistando un prodotto, si saprà quanti
grassi si assumono e quanto rappresentano sul consumo medio consigliato; così potremo più facilmente ed
intuitivamente organizzare un nostro stile alimentare. E’ un modo di comunicare alla portata di tutti e
sicuramente più comprensibile di una lista di componenti, il cui nome è un mistero per i più e di cui pochi
sanno le incidenze salutistiche.
L’avvio dell’etichetta “a batteria” sarà su base volontaria: una sfida che, se pochi accetteranno, offrirà la
brutta immagine di un Paese scollato fra chi fa le battaglie in buona fede e chi procrastina le scelte solo per
nascondere qualche scheletro nell’armadio. L’etichetta, questa volta, si trasforma in una cartina di
tornasole.