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Il lockdown ha fatto riscoprire la “scienza” della spesa alimentare, legata alla ricerca della qualità o
quantomeno del miglior rapporto con il prezzo, spesso sacrificata sull’ara della velocità nell’acquisto. Pur
nella auspicata e progressiva ripresa anche della frequentazione di ristoranti & c., quella dell’acquisto del
cibo per casa è una sapienza, che andrebbe mantenuta, perché indispensabile anche alla conservazione
delle nostre tradizioni culinarie. Il maggior tempo trascorso a casa, complice il telelavoro, ha fatto
aumentare di circa 10 miliardi di euro il valore degli acquisti alimentari, che dovrebbe stabilizzarsi attorno al
+6% su base annua.

I dati diffusi da Coldiretti indicano nei primi 5 mesi del 2020: latte UHT, pasta e frutta secca+14%; salame
+16%; riso e prosciutto crudo +18%; salse e passate di pomodoro +21%; uova +23%; mozzarelle+29%.
Questa impennata nei consumi non sembra però riverberarsi sul alcuni comparti produttivi (ad esempio, la
zootecnia), penalizzati prima dalla chiusura del canale Horeca (hotel, ristoranti, caffetterie, ecc.) e poi
dall’accentuarsi della forbice fra costi di produzione e prezzi al consumo.
Le cause sono molteplici. Una è la catena distributiva, in alcuni casi, eccessivamente frammentata; è
questa, una debolezza atavica del Paese dei mille campanili, dove il “fare sistema” è spesso ancora solo uno
slogan, incapaci di accantonare il protagonismo, che impedisce di fare squadra, condannandoci ad essere
sconfitti.

Una seconda causa è la globalizzazione, fenomeno dai tanti pregi per chi esporta, ma dagli altrettanti difetti
per chi opera solo o soprattutto sul mercato interno. E’ il caso del settore latte, penalizzato dalle
importazioni; nulla da eccepire, se dichiarato in etichetta, ma comprimere eccessivamente il prezzo al
produttore rischia di ridurre la produzione nazionale, colpendo in particolare il settore caseario, ricco di
tipicità e con buone prospettive di crescita. Va inoltre evidenziato che la maggior parte del latte italiano è
destinato a formaggi a denominazione, regolati da attenti disciplinari produttivi….
Difficile è anche la situazione dei bovini da carne, dove la riduzione dei consumi supera il 10% e le
importazioni di carne straniera a basso costo stanno penalizzando gli allevatori italiani.
In questa disamina sul settore alimentare la conclusione è dedicata all’allevamento dei conigli, dove il
Veneto rappresenta il 40% della produzione nazionale con un fatturato di 400 milioni di euro. A risentire
della crisi è soprattutto la provincia di Treviso, la più cunicola d’Italia ed in particolare la “capitale” del
comparto, Volpago del Montello, dove si diceva ci fossero più conigli che abitanti.