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C’è un detto popolare, che afferma “il troppo stroppia” ed è il rischio, che corre l’agroalimentare italiano,
quando chiede l’apertura dei mercati con una logica, però, protezionista verso il proprio: insomma, una
visione strabica, che ha nelle etichette un luogo deputato di conflitto. Se sono sacrosante le italiche
battaglie per etichette chiare sul contenuto organolettico dei prodotti, così come sull’origine di
provenienza, assai meno convincente è l’opposizione alle etichette “a semaforo” (chiamate così per
semplicità)sui contenuti nutrizionali, sicuramente più facili da interpretare dell’attuale sequela di
ingredienti, molti dei quali dai nomi incomprensibili e sconosciuti al consumatore; mutatis mutandis è la
stessa differenza fra una tabella ed una rappresentazione grafica: voi cosa scegliereste nella velocità, con
cui siamo abituati ad acquistare? La battaglia, piuttosto, dovrebbe essere su chi deciderà le tabelle
nutrizionali e si esprimerà sulle loro conseguenze salutistiche, perchè qui siamo fritti (per continuare ad
usare un termine alimentare), se l’attenzione che dedicheremo alla vicenda sarà la stessa dimostrata verso
la definizione delle quote latte e che stiamo dimostrando (praticamente nulla) verso gli organismi decisori
sui parametri di qualità (UNI ENI ISO…). Quello di un’impostazione strabica o grossolanamente furba verso i
mercati è però un nostro difetto congenito, che ha vissuto e rivive nel cosiddetto “chilometro zero”,
economicamente un suicidio per un Paese esportatore come l’Italia. Come è sbagliata l’esterofilia, cui
purtroppo siamo avvezzi (siamo ricchi di eccellenze non di rado sconosciute in molti campi) e la “sindrome
di Tafazzi” che ne è figlia, è altresì sbagliato istigare all’acquisto meramente nostrano, causa di reazioni
altrettanto forti, per cui dovremmo ubriacarci di prosecco e di altre prelibatezze, che hanno nell’estero gran
parte del loro business. Senza contare che, se è vero che un prodotto agroalimentare italiano è anche
storia e cultura di un territorio, altrettanto deve dirsi di un camembert o di un avocado, che diventano così
strumento di conoscenza e, speriamo, accettazione. La pandemia sta insegnando che solo insieme si può
uscire dalle emergenze globali ed è quindi indispensabile rispettarsi ad iniziare dai mercati, evitando
meschinerie camuffate da interesse generale e grandi rapine truccate come aiuti verso chi ha meno.