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La pubblicazione della ricetta “Smoky Tomato Carbonara” (carbonara di pomodoro affumicato con bacon e
parmesan) sull’autorevole quotidiano “New York Times” ha fatto gridare allo scandalo i difensori del “made
in Italy”, dimentichi, però, che la cucina è, per definizione, contaminazione. Altra cosa è il giudizio
gastronomico su un piatto, che ben poco ha a che fare con un orgoglio nazionale, il cui nome, però, non
pare coperto da copyright.


Secondo Coldiretti, la carbonara è uno dei piatti più “traditi” all’estero, seguito dal pesto con mandorle,
noci o pistacchi al posto dei pinoli e formaggio comune invece del pecorino romano.
Detto che a decidere devono essere le papille gustative, l’importante, come sempre, è che gli ingredienti
siano dichiarati e poi… vinca il migliore, perché in cucina è proprio la sperimentazione a proporre ricette
innovative, che si rifanno ad una tradizione, che non è certo facile codificare (basti pensare a quante
varianti locali può avere un piatto…).
Tutt’altro fenomeno è la contraffazione alimentare di prodotti italiani a denominazione d’origine e che
l’organizzazione professionale agricola quantifica in un danno di oltre 100 miliardi di euro all’anno per il
nostro Paese.


Intendiamoci: una cosa è proporre un prodotto “taroccato” come autenticamente tricolore, altra cosa è l’
“italian sounding” che, per quanto antipatico, risponde alla prassi commerciale, cui gli italiani non sono
scevri, di imitare un prodotto di successo e contro la quale si può solo puntare ad educare il consumatore.
Esempio finale: quante “cocacola sounding” ci sono sui nostri scaffali commerciali e nessuno grida allo
scandalo? Il perché è semplice: l’originale è inimitabile.